Il benessere delle piante, un modello per l’uomo

A proposito di “star bene”

Cosa si intende per benessere? La domanda – solo apparentemente banale, essendo lo “star bene” uno dei grandi e tradizionali temi del pensiero filosofico -, è stata l’argomento di una importante trasmissione radiofonica in onda lo scorso 7 giugno. In quell’occasione, intervistato da due noti speaker dell’emittente, il sociologo ospite ha esposto la sua personale – giacché la ricerca dello “star bene”.  ha una significativa componente soggettiva – e non comune idea di benessere: “Il mio benessere consiste in primo luogo in una dimensione interiore, nell’essere d’accordo con me stesso, nell’essere in sintonia con le mie idee, con i miei valori profondi, un po’ come il vecchio filosofo che diceva: omnia mea mecum porto”. Poi, ha aggiunto: mi fa star bene “deambulare a caso, bighellonare” e “pensare per pensare“, abbandonarmi ad un “pensiero divagante”, accontentandomi, in termini materiali, di poco più dell’essenziale. Il modello ideale di benessere, ha quindi concluso il decano dei sociologi italiani, è la pianta, poiché è “una fiamma che si sprigiona in due sensi, cerca il cielo, cerca il sole, la sfera più alta, e nello stesso tempo per far questo affonda le radici nelle misteriose umidità del sottosuolo e lo tiene fermo, tutelandolo dai terremoti”.

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Mens sana in corpore sano

Come a dire che l’effettivo benessere risiede nell’armonia tra corpo e spirito, tra esteriorità ed interiorità, tra uomo e natura, tra terra e cielo. Il modello di benessere, vagamente ascetico, è oggi senza dubbio minoritario, inusuale, impopolare, forse persino incomprensibile. Nella società postmoderna – una società visibilmente incline alla de-spiritualizzazione – vige infatti una comune propensione a cercare lo “star bene” esclusivamente fuori da se stessi. Esiste ormai un’ampia fenomenologia del benessere, tutta incardinata su aspetti esteriori e bisogni materiali: la dimensione interiore viene nella maggior parte dei casi ridotta al silenzio, lo slancio verso il sovrannaturale – quel bisogno di Trascendente, quello “spingersi al di là” che Kant considerava un’esigenza strutturale dell’uomo – viene conculcato. Nel senso comune, l’idea stessa di benessere si associa alla buona salute, all’assenza di malattie, alla mancanza di stress, all’agiatezza economica, alla qualità alimentare, allo svago, al divertimento più o meno sfrenato, o, in certi casi, ad uno “star bene” artificiale, con l’incremento delle devianze che ne consegue. Per appagare la ricerca del benessere esteriore esiste perfino la cosiddetta industria del wellness, come si usa definirla ricorrendo ad un orribile anglicismo che ignora le origini classiche della cura del corpo e delle strutture adatte allo scopo (si pensi ad esempio alle Terme di Caracalla).

Le leggi di mercato controllano il benessere

Massaggi, talassoterapia e trattamenti vari non sono solo svaghi consolatori, sono espressione di un settore turistico e commerciale piacevole, rilassante, benefico – una ricerca francese sostiene che una giornata alle terme curi l’ansia meglio degli psicofarmaci – e particolarmente redditizio. Che però limita la ricerca dello “star bene” all’aspetto fisico, magari finalizzato all’ormai prossimo appuntamento con il mare e con la prima esposizione al sole. Secondo una convinzione diffusa, per “star bene” è sufficiente sentirsi in forma e non avere preoccupazioni economiche. Mente e spirito, la cittadella interiore che ognuno di noi ha dentro di sé, sembrerebbero non avere bisogno di alcuna cura. La pace e la coerenza interiore, la dimensione spirituale, l’armonica coerenza tra pensiero e azione di cui parla Ferrarotti passano in secondo piano e quasi evaporano. Quella a cui siamo abituati è dunque un’idea dimidiata e un po’ storpia dello “star bene”.

È un malinteso, riduttivo e parziale concetto di benessere. La tendenza comune è troppo spesso quella di esaltare la dimensione materiale e piattamente consumistica, trascurando – se non proprio cancellando – lo “star bene” interiore, mentale e spirituale. E con essi la salvaguardia di beni immateriali come l’intelligenza, la dignità e la libertà. Così facendo si finisce per anelare ad un solo tipo ideale di benessere: quello esteriore. Quando invece dovremmo sì ancorarci alla terra, tendendo però sempre al cielo. Un po’ – suggeriscono i dottori – come le piante. Ma da quel modello, per rimanere alla metafora del decano dei sociologi italiani, ci poniamo troppo spesso agli antipodi: è così ogni volta che lasciamo inaridire le nostre radici; è così ogni volta che rinunciamo allo slancio verso la Luce, verso il vero e completo benessere.

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