Il benessere delle piante, un modello per l’uomo

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A proposito di “star bene”

Cosa si intende per benessere? La domanda – solo apparentemente banale, essendo lo “star bene” uno dei grandi e tradizionali temi del pensiero filosofico -, è stata l’argomento di una importante trasmissione radiofonica in onda lo scorso 7 giugno. In quell’occasione, intervistato da due noti speaker dell’emittente, il sociologo ospite ha esposto la sua personale – giacché la ricerca dello “star bene”.  ha una significativa componente soggettiva – e non comune idea di benessere: “Il mio benessere consiste in primo luogo in una dimensione interiore, nell’essere d’accordo con me stesso, nell’essere in sintonia con le mie idee, con i miei valori profondi, un po’ come il vecchio filosofo che diceva: omnia mea mecum porto”. Poi, ha aggiunto: mi fa star bene “deambulare a caso, bighellonare” e “pensare per pensare“, abbandonarmi ad un “pensiero divagante”, accontentandomi, in termini materiali, di poco più dell’essenziale. Il modello ideale di benessere, ha quindi concluso il decano dei sociologi italiani, è la pianta, poiché è “una fiamma che si sprigiona in due sensi, cerca il cielo, cerca il sole, la sfera più alta, e nello stesso tempo per far questo affonda le radici nelle misteriose umidità del sottosuolo e lo tiene fermo, tutelandolo dai terremoti”.

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Mens sana in corpore sano

Come a dire che l’effettivo benessere risiede nell’armonia tra corpo e spirito, tra esteriorità ed interiorità, tra uomo e natura, tra terra e cielo. Il modello di benessere, vagamente ascetico, è oggi senza dubbio minoritario, inusuale, impopolare, forse persino incomprensibile. Nella società postmoderna – una società visibilmente incline alla de-spiritualizzazione – vige infatti una comune propensione a cercare lo “star bene” esclusivamente fuori da se stessi. Esiste ormai un’ampia fenomenologia del benessere, tutta incardinata su aspetti esteriori e bisogni materiali: la dimensione interiore viene nella maggior parte dei casi ridotta al silenzio, lo slancio verso il sovrannaturale – quel bisogno di Trascendente, quello “spingersi al di là” che Kant considerava un’esigenza strutturale dell’uomo – viene conculcato. Nel senso comune, l’idea stessa di benessere si associa alla buona salute, all’assenza di malattie, alla mancanza di stress, all’agiatezza economica, alla qualità alimentare, allo svago, al divertimento più o meno sfrenato, o, in certi casi, ad uno “star bene” artificiale, con l’incremento delle devianze che ne consegue. Per appagare la ricerca del benessere esteriore esiste perfino la cosiddetta industria del wellness, come si usa definirla ricorrendo ad un orribile anglicismo che ignora le origini classiche della cura del corpo e delle strutture adatte allo scopo (si pensi ad esempio alle Terme di Caracalla).

Le leggi di mercato controllano il benessere

Massaggi, talassoterapia e trattamenti vari non sono solo svaghi consolatori, sono espressione di un settore turistico e commerciale piacevole, rilassante, benefico – una ricerca francese sostiene che una giornata alle terme curi l’ansia meglio degli psicofarmaci – e particolarmente redditizio. Che però limita la ricerca dello “star bene” all’aspetto fisico, magari finalizzato all’ormai prossimo appuntamento con il mare e con la prima esposizione al sole. Secondo una convinzione diffusa, per “star bene” è sufficiente sentirsi in forma e non avere preoccupazioni economiche. Mente e spirito, la cittadella interiore che ognuno di noi ha dentro di sé, sembrerebbero non avere bisogno di alcuna cura. La pace e la coerenza interiore, la dimensione spirituale, l’armonica coerenza tra pensiero e azione di cui parla Ferrarotti passano in secondo piano e quasi evaporano. Quella a cui siamo abituati è dunque un’idea dimidiata e un po’ storpia dello “star bene”.

È un malinteso, riduttivo e parziale concetto di benessere. La tendenza comune è troppo spesso quella di esaltare la dimensione materiale e piattamente consumistica, trascurando – se non proprio cancellando – lo “star bene” interiore, mentale e spirituale. E con essi la salvaguardia di beni immateriali come l’intelligenza, la dignità e la libertà. Così facendo si finisce per anelare ad un solo tipo ideale di benessere: quello esteriore. Quando invece dovremmo sì ancorarci alla terra, tendendo però sempre al cielo. Un po’ – suggeriscono i dottori – come le piante. Ma da quel modello, per rimanere alla metafora del decano dei sociologi italiani, ci poniamo troppo spesso agli antipodi: è così ogni volta che lasciamo inaridire le nostre radici; è così ogni volta che rinunciamo allo slancio verso la Luce, verso il vero e completo benessere.


Quando la caduta capelli è eccessiva

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La principale differenza tra i capelli (e la peluria) degli esseri umani e il pelo degli animali è che, mentre quest’ultimo ha l’obiettivo di pro­teggere dal freddo, le chiome e la peluria dell’uomo hanno perso que­sta finalità. L’uomo, infatti, contro il freddo ha saputo crearsi un riparo, ha inventato gli indumenti e ha sco­perto il fuoco per riscaldarsi.

I capelli hanno quindi soltanto una finalità ornamentale e simbo­lica. Basti pensare al significato di forza o di seduzione di una lunga chioma fluente. Nella mitologia biblica, l’eroe Sansone perde le forze quando gli vengono tagliati i capelli. Ha invece origini iraniane la storia di Rapunzel (ripresa poi in una celebre fiaba dei fratelli Grimm), la fanciulla prigionie­ra in una torre che permette al suo innamorato di raggiungerla aggrappandosi alle sue lunghissime chiome: in questo racconto i capelli equivalgono alla seduzione.

E c’è un motivo culturale legato al perché presso certe tribù indiane gli uomini tengano i capelli lunghi: le chiome fluenti significano grande saggezza e profondi pensieri.

I capelli lunghi nel sesso femminile sono una forte attrattiva sessuale. Non a caso, secondo gli antropologi le chiome sono una delle principali armi seduttive di una donna, perché alludono a una femminilità giovane e fertile. Nella nostra cultura, anche nell’uomo le chiome folte hanno un significato di mascolinità e seduzione, al punto che quando si comincia a notare un po’ di stempiatura o di pelata, molti preferiscono raparsi a zero, come per dire: sono così virile che non ho bisogno di capelli.

Ci sono tre tipi di problema

In ogni caso, quando i capelli iniziano a diventare deboli, opachi e a cadere oltre il normale, per una persona è un grosso cruccio. Capita all’uomo e ancora di più alla donna, anche se questa è mediamente meno soggetta al problema.

I capelli cadono per diversi motivi e per fortuna in molti casi esiste una cura, che va però iniziata tempestivamente, quando la caduta non è ancora a un livello troppo serio. Alopecia androgenetica, alopecia areata e telogen effluvium: sono le tre malattie dei capelli che, più frequentemente, compor­tano la caduta. Il termine alopecia prende il nome dalla caduta del pelo di certi animali soggetti a muta, come la volpe. Alopecia significa appunto “caduta del pelo della volpe”. Sono soggetti a problemi di caduta sia gli uomini sia le donne, ma il sesso maschile è, per sua stessa natura, più predisposto al problema.

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L’alopecia androgenetica

Questo disturbo viene anche chiamato calvizie ereditaria o alope­cia seborroica. Si tratta di una malattia molto comune: colpisce oltre 1’80 per cento degli uomini attorno ai sessant’anni, ma inizia a manifestarsi anche molto presto.

Non sono rari casi di ragazzi di vent’anni con problemi di cadu­ta e nemmeno le donne ne sono risparmiate. Circa il 35 per cento delle giovani in età fertile, infatti, è soggetto ad alopecia androge­netica e la percentuale aumenta dopo la menopausa, toccando il 50 per cento.

Nell’alopecia androgenetica, i capelli di fronte, tempie e sommità della testa iniziano a perdere tono, vigore e forza, in modo lento e quasi impercettibile. E invece risparmiata la nuca. Inizialmente la persona interessata non se ne accorge: solo dopo qualche tempo si rende conto di un diradamento delle chiome

Nell’alopecia androgenetica i bulbi piliferi si atrofizzano lenta­mente e, anno dopo anno, non riescono più a “produrre” capelli sani e forti. Essi nascono quindi con fusti sempre più deboli e sot­tili e con un ciclo vitale sempre più breve.

Colpa degli androgeni

L’alopecia androgenetica è causata dall’azione degli ormoni androgeni, soprattutto del testosterone, caratteristico del sesso maschile, ma presente anche nelle donne in piccole quantità.

Il testosterone è prodotto dai testicoli (le ghiandole sessuali maschili) dalle ghiandole surrenali e, in piccola parte, anche dalle ovaie (le ghiandole dell’apparato riproduttore della donna). È l’ormone responsabile dello sviluppo dei caratteri sessuali secondari (come la crescita dei peli e il timbro profondo della voce maschile). Il testosterone circola nel sangue e quindi raggiunge tutti i distretti del corpo, compresi i bulbi piliferi produttori dei capelli.

All’interno della ghiandola sebacea presente nel follicolo pilifero, il testosterone viene attaccato da un enzima, la 5 alfa reduttasi che lo trasforma in deidrotestosterone, una sostanza che danne. già il processo di crescita e sviluppo del capello, rendendolo sempre più debole e sottile.

Nemmeno le donne, comunque, sono immuni da problemi alopecia androgenetica. E questo può succedere sia durante l’ei fertile sia in menopausa, quando, a causa del calo degli ormoni femminili, il testosterone può agire più indisturbato, andando indebolire i capelli.

Non è solo una questione ormonale

Oltre all’azione del deidrotestosterone, esistono altri fatto responsabili dell’assottigliamento e della caduta capelli.

Non è esclusa la presenza di una mutazione genetica che incide sulla crescita corretta dei capelli. Questo gene è presente nelle donne che hanno la tendenza a sviluppare cisti alle ovaie: le ste se donne sono soggette anche a caduta di capelli e diradamento delle chiome.

Infine, potrebbe essere responsabile del problema una scorretta percezione dei messaggi biologici da parte dei recettori nervo: dei bulbi. Nei bulbi piliferi ci sono recettori nervosi in grado e cogliere e interpretare i segnali che provengono dall’organismo essenziali per la crescita e lo sviluppo dei capelli. Secondo studi recenti, alcune persone avrebbero recettori difettosi, che no coglierebbero bene i messaggi specifici diretti ai bulbi.

L’alopecia areata

Area celsi, alopecia totale, alopecia universale: ecco le altre definizioni dell’alopecia areata, una forma di alopecia che esordisce all’improvviso, con la comparsa di chiazze tondeggianti prive e capelli, senza altri sintomi e senza che compaiano reazioni infiammatorie.

Può coinvolgere, nei casi più seri, tutto il cuoio capelluto (alopecia totale) o tutti i peli del corpo (alopecia universale). Può comparire a qualsiasi età anche se privilegia i giovani e rappresenta circa l’1-4% delle motivazioni che spingono a rivolgersi al dermatologo.

Si tratta inoltre di una malattia spesso legata alla genetica: se un genitore ne soffre, il figlio ha la possibilità di esserne soggetto a usa volta.

Un disturbo di origine autoimmune

L’alopecia areata è una malattia di tipo autoimmune, causata dalla risposta immunologica delle cellule di difesa dell’organismo (anticorpi) dirette contro un antigene (cioè un “nemico”) presen­te nel follicolo pilifero.

I fattori che scatenano questa risposta autoimmune nei soggetti geneticamente predisposti sono sconosciuti: può trattarsi di stress, malattie virali, vaccinazioni, infezioni. Nell’alopecia areata il follicolo viene considerato dalle cellule del sistema immunitario come un “nemico” e, di conseguenza, attaccato. La fase anagen si interrompe, il follicolo entra in fase di riposo e il capello finisce per cadere precocemente. La zona più colpita dalle chiazze alopeciche è la regione parie­tale, ossia i lati del capo. Le chiazze si espandono, fondendosi fra loro e, talvolta, in poche settimane cadono tutti o quasi tutti i capelli.

I peli a punto esclamativo sono un segno clinico tipico dell’alo­pecia areata e sono sempre presenti quando la malattia è in fase di attività. Sono evidenti alla periferia delle chiazze in espansione. Questi peli, che cadono in circa 1-2 settimane, indicano che la malattia è in fase di progressione.

Il telogem effluvium

Anche chiamato effluvium telogenico, non è una vera e propria malattia dei capelli, ma piuttosto la manifestazione esterna di uno stress fisico o psicologico. E caratterizzato da un indebolimento generale dei capelli, che appaiono più opachi e sottili.

La caduta si manifesta qua e là nella varie aree del capo, i capel­li assumono anche un aspetto untuoso e possono essere maleodo­ranti.

Qualche volta il telogen effluvium è accompagnato anche da alopecia androgenetica: in questo caso la perdita di capelli si con­centra soprattutto sulla parte anteriore del capo.

Tante cause all’origine

A causare l’ effluvium è una situazione di stress prolungato, come una malattia, il parto e l’allattamento, un lutto, un periodo di superlavoro o di insoddisfazione, una cura con i farmaci.

Il problema può anche essere causato da una dieta sbagliata, per esempio se la persona non assume una quantità sufficiente di sali minerali (soprattutto ferro e magnesio, che contribuiscono alla formazione della cheratina) e vitamine.


Il peperoncino, il finocchio e le noci: tre alimenti che fanno bene

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Forse qualcuno se lo sarà già chiesto: perché il capsicum annuum (meglio noto come peperoncino), con i suoi riconosciuti effetti vasodilatatori sul sistema circolatorio (il cosiddetto ‘effetto scaldante’), è molto più diffuso nella cucina nei paesi caldi che in quella dei paesi nordici?
È molto semplice.
Innanzitutto, nei paesi molto freddi una eccessiva vasodilatazione porta alla rapida dispersione di calorie; è anche per questo che si sconsiglia vivamente di bere alcolici prima di uscire al freddo.
Nei paesi caldi (soprattutto quelli della fascia equatoriale, ma anche in quella mediterranea) i motivi che stanno alla base della sua diffusione sono molteplici. Il peperoncino disinfetta: è quindi un ottimo antisettico per i cibi con i quali viene a contatto, soprattutto in presenza di scarse condizioni igieniche o di cibi esposti al caldo, con tempi di deperimento relativamente brevi. L’azione disinfettante è attiva anche a livello dell’apparato digerente dell’uomo.
Il principio attivo del peperoncino, la capsicina, può provocare sudorazione più o meno abbondante in presenza di medie e alte temperature. Il sudore è il canale elettivo di eliminazione di parecchie tossine presenti nell’organismo umano, specialmente nello strato sottocutaneo. Recenti studi riguardano l’influenza sul sistema immunitario: pare che ogni qualvolta le papille gustative percepiscono il senso di piccante, il sistema immunitario si attiva rinforzando determinate difese, come se stesse ricevendo l’attacco da parte di germi e batteri atti a provocare danni all’organismo.

I semi di Finocchio

Il Foeniculum Vulgare appartiene alla famiglia delle ombrellifere come la carota, l’anice e la pastinaca. Le ombrellifere si riconoscono dalla gradevole infiorescenza aerea a forma di ombrello.
Ciò che piu ci interessa in erboristeria è il frutto del finocchio che erroneamente viene chiamato seme.
È ricco di olio essenziale. Viene utilizzato in varie forme ed estratti come digestivo e carminativo (elimina l’aria nell’intestino data dalle fermentazioni indesiderate).

Viene usato come espettorante in molti sciroppi e tisane contro la tosse.
Ha proprietà antispastiche e antibatteriche, quindi è un buon disinfettante.
Nelle tisane che vengono date alle donne che stanno allattando tende ad aumentare la secrezione lattea e regolarizzare l’intestino della mamma.
I principi attivi del finocchio rendono piu gradevole il latte anche al neonato e lo aiutano contro le famose fermentazioni intestinali .
Molteplici e conosciutissimi sono gli usi come spezia da cucina oltre che per il sapore particolare, per le proprieta’ disinfettanti e quindi conservanti dei cibi.

La noce? Non solo in inverno

Affinché la nostra diventi un’alimentazione equilibrata, è necessario prendere l’abitudine di consumare frutta secca e di non limitarne l’uso nel solo periodo natalizio o invernale. Ovviamente, dato l’elevato contenuto calorico, bisogna fare attenzione a non abusarne: una manciata di frutta secca mista nell’insalata o da sgranocchiare a merenda è sufficiente e non fa ingrassare.

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Tutta la frutta secca in generale è una insostituibile fonte di nutrienti. Andando nello specifico, vogliamo qui illustrare le proprietà nutritive e curative della noce, riservandoci di illustrare gli altri tipi di frutta secca in altri articoli. La noce (quella come comunemente mangiamo è il suo frutto, ossia il seme della pianta) è un prezioso alimento: contiene fosforo, potassio, magnesio, zolfo, ferro, calcio, vitamine A, B e C. In erboristeria non si utilizza solo il frutto, ma anche le foglie e il mallo, cioè lo strato esterno, che viene eliminato prima di mettere in commercio la noce e che costituisce la ‘polpa’ del frutto. I preparati erboristici ad uso interno a base di noce hanno proprietà amaro-toniche (quindi digestive), astringenti per l’intestino (utili quindi nella cura di episodi diarroici) e sfiammanti. Quelli ad uso esterno, invece, hanno ottime proprietà antisettiche, cicatrizzanti e astringenti: sono utili in caso di eczemi, tagli e ferite infette. Vi proponiamo, qui di seguito, alcuni metodi casalinghi per scoprire i benefici della pianta di noce e dei suoi frutti:

Infuso di foglie di noce

Proprietà: digestiva, anti-infiammatoria, astringente
Uso: interno
Ingredienti: 15-20 grammi di foglie di noce essiccate
Preparazione: Ponete le foglie in una ciotola, versateci sopra mezzo litro di acqua bollente e lasciate in infusione per mezz’ora; passate al colino l’infuso e bevetene 4 tazze al giorno, sia caldo che freddo; se il sapore non vi piace, aggiungete un cucchiaino di miele di castagno.

Decotto di foglie di noce

Proprietà: anti-infiammatoria, antisettica, cicatrizzante
Uso: esterno per impacchi, gargarismi o lavaggi
Ingredienti: 50 grammi di foglie di noce essiccate
Preparazione: Fate bollire per un quarto d’ora le foglie di noce in un litro d’acqua; spegnete il fuoco e fate intiepidire. Prima di usarlo, passatelo al colino per eliminare le foglie di noce


Morbo di Parkinson: amici e nemici nel piatto

Sembra incredibile ma anche per combattere questa degenerazione che colpisce le persone anziane è necessario avere un approccio integrato: a cominciare da una buona e sana alimentazione. Sostanzialmente vegetariana.

Incredibile ma vero: ma anche contro il Morbo di Parkinson funziona l’approccio integrato.
Praticare una sana alimentazione vegetariana è infatti uno dei principi cardine per la prevenzione e la cura di una malattia oggi sempre più diffusa.

Sin da quando, nel 1817, il dottor Parkinson nel suo Trattato sulla paralisi agitante descrisse la malattia che poi ha preso il suo nome, i casi di persone colpite ogni anno dal morbo di Parkinson non hanno fatto che aumentare. Fino a pochi decenni fa il disturbo colpiva principalmente individui oltre i 60 anni, ma oggi l’età d’insorgenza è scesa, con manifestazioni già attorno ai 40 anni; si sono registrati addirittura casi di ventenni colpiti dal cosiddetto parkinsonismo giovanile, frutto di inquietanti mutazioni genetiche.
Colpa delle intossicazioni?

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Che cos’è il morbo di Parkinson?

Il Parkinson è una malattia neurologica progressiva caratterizzata dalla degenerazione di alcuni neuroni situati nella parte più profonda del cervello detta «sostanza nera», sede della produzione di dopamina, un neurotrasmettitore fondamentale nel regolare le funzioni di equilibrio e movimento. La progressiva riduzione dei livelli di dopamina determina tremori, rigidità muscolare, lentezza di movimento, alterazioni posturali, inespressività, insonnia e depressione.
Difficile stabilire le cause, anche se la degenerazione da danno ossidativo e il contatto con sostanze altamente tossiche sembrano essere alla base del problema. Si punta il dito contro diserbanti, pesticidi, metalli pesanti come piombo, mercurio e alluminio, tutte sostanze neurotossiche che, in soggetti geneticamente predisposti, potrebbero determinare l’insorgere della malattia.
Desta interesse il fatto che la maggior parte delle persone affette dal morbo di Parkinson presenta una ridotta funzionalità epatica; il fegato, organo chiave di tutti i processi di depurazione, non lavorando più in maniera efficiente, determinerebbe un accumulo di tossine che andrebbero proprio a colpire il cervello. Purtroppo non esistono ancora cure in grado di sconfiggere la malattia e i trattamenti farmacologici (levodopa) sono per ora solo in grado di alleviare la sintomatologia.

Quali sono gli amici e quali i nemici nel piatto? Se il danno ossidativo delle cellule neuronali è alla base dell’instaurarsi della malattia, la tipica alimentazione americana, purtroppo sempre più diffusa in occidente, costituisce un vero e proprio killer per la salute del nostro cervello. Sovraccarica di cibi raffinati, zuccheri, grassi nocivi e additivi, non solo non apporta nessun reale principio nutritivo, ma incentiva la proliferazione di radicali liberi e processi infiammatori, con effetti devastanti. I lipidi sono i nutrienti principali dei nostri tessuti cerebrali e se gli acidi grassi monoinsaturi e polinsaturi sono sicuramente salutari e benefici, dobbiamo prestare grande attenzione ai grassi saturi e a quelli idrogenati. I primi, presenti in alimenti di origine animale, sono più soggetti a ossidazione e possono contribuire ad aumentare i livelli di omocisteina, un aminoacido che in elevate quantità risulta tossico per il nostro cervello. I secondi, contenuti principalmente nei prodotti industriali da forno e nei fritti, individuabili nelle etichette alla voce «oli vegetali» (a meno che non sia specificato «non idrogenati») sono grassi che irrigidiscono le pareti cellulari pregiudicandone la funzionalità nutritiva, energetica e comunicativa.

Cosa bisognerebbe mangiare

L’alimentazione ideale è di tipo prevalentemente vegetariano e improntata ai principi del crudismo, con frutta e verdura fresca di stagione, esclusivamente di provenienza biologica, priva di residui antiparassitari e anticrittogamici. In particolare le crucifere (broccoli, coste, crescione, cime di rapa, bietole, cavolo verza, cavolfiori) ricche di vitamine A, acido folico, zolfo, luteina e zeaxantina sono fondamentali per sfiammare i tessuti in profondità e migliorare le prestazioni cerebrali. Meno conosciuta ma molto salutare è anche la Portulaca oleracea, una pianta spontanea dal sapore simile alla noce, croccante come i germogli, ricchissima di vitamina B, C, mucillagini e soprattutto omega 3. Per fornire energia buona al nostro cervello è importante il consumo di cereali integrali ricchi di vitamine del complesso B e fibre, semi (zucca, sesamo, lino) e frutta oleosa (noci, mandorle, anacardi, nocciole) ricchi di grassi polinsaturi omega 3 e omega 6, da consumare come spuntini o in aggiunta alle insalate.

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Sono un’ottima fonte proteica tutte le proteine vegetali, ovvero i legumi, naturalmente privi di grassi saturi e ricchi di fenilalanina, un aminoacido precursore della tirosina, base per la sintesi di L-dopa. Particolarmente indicato per i pazienti malati di Parkinson è il consumo di fava verde (Vicia faba), alimento cardine della dieta mediterranea per secoli, oggi purtroppo poco conosciuto e consumato. Esso contiene ben 70 mg di L-dopa ogni 100 grammi.
Da ridurre invece le proteine animali che, nei soggetti affetti da malattia, possono entrare in competizione con il levodopa, riducendone l’assimilazione, oltre a rendere il processo digestivo più lungo e l’intestino più pigro, ulteriori aspetti che rendono il farmaco trattante meno efficace. Per chi proprio non riesce a fare a meno di carne e pesce, è fondamentale consumare esclusivamente carni magre provenienti da allevamenti biologici e, tra i pesci, optare per il salmone Socheye dell’Alaska pescato allo stato selvaggio, uno dei pochi pesci indenni da contaminazione da mercurio, come anche il Tilapia o San Pietro, un pesce bianco pescato nelle acque del Mediterraneo.

Tra le uova, da preferire quelle biologiche naturalmente ricche di omega 3, ottenute da galline allevate con un’alimentazione vegetariana ricca di acidi grassi e vitamina E. Per quanto riguarda infine latte e latticini, risultano indubbiamente interessanti i risultati di un importante studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology, secondo il quale un elevato consumo di latticini provocherebbe un aumento di oltre il 60% del rischio di sviluppare il morbo di Parkinson.

Un approccio integrato

Molti centri specializzati ricorrono ormai all’integrazione di medicine complementari che, nella loro visione olistica della malattia, offrono un approccio più completo sia in relazione alla manifestazione dei sintomi sia alle caratteristiche psicoemotive del paziente, individuo unico nella sua essenza. L’omeopatia si rivela fondamentale nel cercare di correggere il «terreno» reattivo individuale. La fitoterapia può offrire invece un valido supporto sia nel limitare gli effetti collaterali da farmaci sia come coadiuvante nel trattamento terapeutico.

Tra i rimedi verdi più utilizzati spicca la Mucuna pruriens, pianta usata in medicina ayurvedica, naturalmente ricca di levodopa, sostanza utile per la sintesi di dopamina. Anche integratori a base di vitamina C e coenzima Q-10, componenti intrinseci della catena respiratoria mitocondriale, possono contribuire a rallentare l’evoluzione della malattia.

L’importanza del digiuno. La medicina naturale sta rivalutando anche l’importanza del digiuno, pratica che consente di liberare corpi chetonici che il cervello, dotato di speciali enzimi, è in grado di metabolizzare convertendoli in zuccheri, senza intaccare le riserve di proteine. Un’equipe di ricercatori della Columbia University di New York recentemente ha messo in luce come il digiuno potrebbe rivelarsi un’arma fondamentale nella lotta e nella prevenzione al morbo di Parkinson.

A riposo infatti l’organismo riuscirebbe a liberarsi efficacemente di tutte le intossicazioni più profonde, concentrando tutte le sue forze istintuali nella pratica dell’autoguarigione.